Seoul: dinastie al neon.


Il mio primo ricordo di Seoul è l’odore. Un sentore acidulo che mi riporta con la mente ai ristoranti cinesi in Italia. Io e Ricardo siamo stanchi e disorientati, ci perdiamo nell'intricato labirinto di vie e stradine dove Google Maps non ci assiste. Un ragazzo si impietosisce, ci ferma “Do you need help?”, chiama la guesthouse, ci accompagna – perdendosi, anche lui – fin sulla porta, ci lascia nelle mani di un’anziana padrona di casa che sorride e non parla quasi una parola di inglese.


La prima foto scattata a Seoul: fra Donui-dong e Insa-dong

La camera non è pronta, perciò lasciamo le valigie e cerchiamo un modo per passare due ore che paiono infinite. In quel momento vorrei solo una doccia e un letto. Ci rifugiamo – unica volta durante il viaggio – in un Mc Donald’s. Il Mc Donald’s, baluardo di turisti dallo stomaco poco creativo, qui è pieno di gente del posto. Come ha detto il nostro salvatore poco prima: “Siete molto avventurosi! In questa zona non ci sono turisti, solo locali”. Al momento, più che avventurosa, mi sento spaesata e un po’ in ansia: la barriera linguistica mi spaventa, l’alfabeto che non capisco mi fa sentire persa; le persone ci osservano.
Finiamo il pranzo e facciamo due passi.  

Il primo posto visitato a Seoul è stato il Tapgol Park, “Parco della pagoda”. Al momento, è famoso per essere stato il luogo di partenza del “Movimento del 1 Marzo” del 1919, in protesta contro l’occupazione giapponese. La pagoda che dà il nome al parco ci è parsa molto strana, avvolta com’è in una struttura di vetro trasparente quadrata. Purtroppo non abbiamo visto molto di quel parco e, data la stanchezza e il jet-lag, il suo ricordo è piuttosto nebuloso.

Il momento più memorabile di quel primo, confuso giorno a Seoul, è stata la cena. La maggior parte dei ristoranti stava chiudendo o era già chiusa perché, come abbiamo scoperto già da quella prima sera, i posti per mangiare iniziano a sbaraccare tutto dopo le nove. Passeggiando nelle vie intorno al nostro alloggio, illuminate da dozzine di insegne al neon al posto dei lampioni, abbiamo trovato un posto leggermente nascosto in una viuzza ma dall'aria accogliente. Vedendo con un certo sollievo che il menu era scritto anche in inglese, siamo entrati, ci siamo seduti e abbiamo ordinato quello che ci è parso un piatto piuttosto semplice e molto economico di pesce alla griglia. Ci hanno portato questo:

Dove si vede rosso, è piccante. 

Così abbiamo scoperto la prima caratteristica dei pasti coreani: un piatto, mille contorni. Al primo assaggio dei suddetti contorni, la seconda caratteristica: il piccante. Un po’ per le quantità, un po’ perché entrambi ipersensibili al piccante, siamo a stento riusciti a finire tutto. L’impatto con la cucina coreana può essere impegnativo se, come abbiamo fatto noi, una persona ci si accosta senza conoscenza. Ci vuole un po’ di spirito avventuroso e curiosità, e per fortuna quella non ci manca. Molte delle cose mangiate quella prima sera le avremmo ritrovate spesso nei pasti; ci sarebbe voluto un po’ di più prima di scoprire gli ingredienti. Dei primi pasti ricordo una serie di “Assaggia questo! È buono!”, “Cos’è?”, “Non lo so!”

    Le nostre esplorazioni di Seoul sono cominciate il secondo giorno. Per conoscere la Corea, abbiamo deciso di partire dalla storia. Il biglietto cumulativo per le cinque principali attrazioni "regali" costava solo 10000 won (circa 7.50 euro) con visita guidata in inglese gratuita. Abbiamo deciso di fare i turisti sul serio. Costruiti dalla dinastia Joseon, ultima ad aver dominato la Corea prima dell'invasione giapponese, i palazzi si chiamano Gyeongbok, Changdeok, Changgyeong, Deoksu. A questi si aggiunge Jongmyo, il luogo di riposo funebre della dinastia. Ci siamo avvicinati alla storia della dinastia Joseon come a qualcosa di totalmente nuovo: quante cose succedevano all'altro capo del mondo mentre noi eravamo impegnati a studiare Risorgimento, Napoleone, Alsazia e Lorena, Istria e Trieste. 


Cambio della guardia al palazzo Gyeongbok 

Per colmare questa lacuna, la dinastia Joseon merita una piccola nota storica, qualche punto essenziale:


Le guide ti accompagnano in percorsi intricati all'interno dei palazzi, vestite in abiti tradizionali. Quella degli abiti tradizionali sembra essere un'abitudine popolare in Corea, soprattutto tra le ragazze e i ragazzi. Quel primo fine settimana, a Seoul ma anche a Jeonju la domenica, abbiamo visto sciami di giovani in giro a fare foto, esibendo il costume tipico. Le ragazze soprattutto, sorridenti in larghe gonne dai colori vivaci che arrivano fino a terra e ombrellini di carta. E pazienza se da sotto questo arcobaleno spuntano scarpe da tennis grigie. 


Uno di questi gruppetti a un certo punto si è avvicinato a noi durante la visita.
Una ragazza in costume ha chiesto al mio ragazzo di poter fare una foto. 
Come lui ha accennato a prendere la macchina per fotografarla, lei ha scosso la testa "no, una foto con te!" 
Anche questo succede in Corea!

    I giorni a Seoul sono stati i più complicati. Il jet lag ci ha messo un po’ a passare; io continuavo ad avere sonno in pieno giorno e a dormire a fatica la notte. Inoltre, a fine Marzo la città è fredda e gli alberi sono ancora spogli. Nei parchi intuisci una bellezza esplosiva che metteranno in mostra più avanti, quando tu sarai andato via. Perfino i ciliegi sono ancora in preparazione, boccioli rossastri in formazione in alberi completamente neri. Tuttavia, se si va oltre la frustrazione di non poter assistere al pieno rigoglio delle zone verdi, questo stadio ha un certo fascino. Abbiamo spiato i ciliegi prepararsi per una settimana, siamo stati lì mentre i primi petali bianchi apparivano sui rami scuri, e alla fine del nostro viaggio i fiori erano enormi grappoli luminosi da cui scendeva una morbida pioggia a ogni folata di vento. La fioritura ha scandito il progredire del nostro tempo in Corea. Non tutti i viaggi sono toccata e fuga, brevi istantanee di un dato luogo in un momento ben preciso; il nostro è stato un attraversamento. 


Sovrano Joseon in un ritratto conservato al Museo Nazionale della Corea, ultima tappa prima di lasciare Seoul. 

La sera prima di partire da Seoul siamo saliti in teleferica fino alla N Seoul Tower, in cima al monte Namsan che sovrasta il centro della città. Ci siamo trovati nel regno dei lucchetti d'amore. Un tripudio come non ne avevo visto da nessuna parte in Italia, lucchetti di tutti i colori ricoprivano la terrazza, piena di coppiette. La città era in basso, avvolta dal grigio e da una leggera foschia. Malgrado il fresco e l'umido, il posto era molto suggestivo. È strano, perché noi non siamo abituati a una collina boscosa nel mezzo di una capitale enorme. Abbiamo deciso di scendere a piedi nel sentiero, attraversando la foresta - in gran parte spoglia al momento - e costeggiando le antiche mura. Camminando, il sole è calato e ci siamo ritrovati a seguire i brandelli di luce del crepuscolo e le insegne al neon che ci guidavano verso la vita. I boschi e il neon. Natura e tecnologia. Scenari da racconto e un'estrema praticità e concretezza di fondo. Questo è stato il nostro primo assaggio, ciò che continueremo a ritrovare in ogni tappa. 

Abbiamo fatto a gara giù per le scale della collina e siamo arrivati in fondo ridendo, senza fiato, quando era già buio. La città era tutta un neon e in lontananza il monte Namsan era ormai buio, salvo per la torre che spiccava illuminata. 
Il giorno dopo siamo partiti per Jeonju. 


Qualcuno guarda verso la città...

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