L'inizio: un aereo.


Tutto comincia da qui. 
   Siamo in volo sopra la Russia e mancano poco meno di cinque ore all’arrivo. Fra Tomsk e Novosibirsk. Dovrei dormire, ma non ci riesco. La mia insonnia sporadica normalmente mi concede una tregua durante gli spostamenti, ma questa volta non è così. L’aspettativa, la pianificazione, la difficoltà di trovare una posizione comoda. Alla fine mi stufo di costringere il mio corpo a un riposo forzato di cui non pare aver voglia.

La gente intorno a me legge, guarda film, dorme. Avvolti nelle coperte d’ordinanza della British Airways sembriamo tanti bozzoli. Fuori dal finestrino, il buio. Completo. Il puntino blu del fanalino dell’ala è l’unica, fioca, testimonianza luminosa dall’esterno. Ricardo continua a cercare quel sonno che io ho disertato, la testa sulle mie ginocchia, le cuffie sulle orecchie a isolarlo. Non pare che abbia più successo di me, ma si impegna.

Il mio audio non funzionava, perciò mi sono dedicata allo spionaggio.

Siamo partiti da Londra Heathrow circa cinque ore e mezzo fa. Diretti verso Seoul, Corea del Sud.

Durante l’ultimo mese, quando nominavo la mèta del mio viaggio di laurea, la reazione del mio interlocutore era un’espressione incredula e una domanda, sempre la stessa “Corea? Ma davvero? Ma cosa c’è di interessante in Corea?”

   Il nostro programma, meticolosamente studiato su siti e guide e concordato in lunghe telefonate e sessioni Skype fra Sassari e Francoforte, comprende:


Cosa ci aspetta dunque in Corea? Forse la domanda reale è un’altra. Cosa ci aspettiamo noi dalla Corea? Il nostro itinerario fornisce una risposta pratica, ma la verità potrebbe essere più sfuggente e interiore. Perché scegliere questo viaggio e, in primis, perché scegliere un viaggio? Forse dovremmo chiedercelo proprio adesso, mentre voliamo incontro al giorno. Dovremmo chiederci cosa ci ha spinto a caricarci di venti chili di bagagli a testa e attraversare un continente per arrivare in una penisola a forma di goccia all’altro capo del mondo.
Non ci facciamo questa domanda. Non ce la faremo nemmeno ore dopo, durante i controlli del passaporto relativamente veloci. O ancora dopo, quando ci ritroveremo fuori dall’area arrivi, carichi di valigie – troppe valigie – e storditi. Rintronati dal jet lag, dall’assenza di sonno, dalla luce fastidiosa e dal primo impatto con hangŭl, quell’alfabeto misterioso che resterà oscuro fino alla fine.
Questa domanda me la farò io un mese dopo, quando finalmente mi siederò a una scrivania per recuperare i fili sparsi di mezzi ricordi e quarti di aneddoti e farne un corpo. Un corpo di parole e immagini, un quadro di due settimane. Nella tessitura di questi fili spero di conservare la memoria e di trovare uno scopo, il filo rosso che attraversa la tela e crea la base del disegno.

Cominciamo. 
Il palazzo reale di Gyeongbok. Una parte di ciò che ci aspetta... A Seoul! 



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