Alba al Tempio: i Canti di Haeinsa

Bellezza e spiritualità qui sono tutt'uno.
- I'm sorry, but monk not here.
La signora si scusa mentre ci offre un caffè nella sala di accoglienza. C'è un problema con il programma della nostra permanenza al tempio: manca il monaco che prende il tè con i visitatori. Io e Ricardo non protestiamo, ma siamo sorpresi. "Ci sarà un solo monaco in tutto il tempio che fa queste cose?" mi chiederà lui più tardi.

Dopo una tappa in un simpatico ostello a Daegu, siamo arrivati a una delle tappe più importanti del viaggio: il tempio buddista di Haeinsa. Durante la pianificazione del viaggio, avevamo fatto innumerevoli ricerche sui tanti templi buddisti coreani, per decidere infine di partecipare a un programma di Templestay, ovvero una permanenza di una notte e un giorno in un tempio. Haeinsa è uno dei più importanti luoghi di culto buddisti della Corea, si trovava in linea con la forma che stava prendendo il nostro itinerario, e il programma della permanenza, inoltre i metodi di prenotazione apparivano abbastanza chiari. La ricerca sui templi si rivelò poi alla fine dei conti la più complessa e la permanenza, l'esperienza più insolita del viaggio. Fin sulla soglia del portale continuai a domandarmi se avessimo fatto bene, come si nota dalla mia faccia incerta nella foto.

Arriviamo al Tempio di Haeinsa.
Eravamo dunque arrivati al tempio. Le nostre valigie grandi rimaste all'ostello a Daegu, eccoci a salire gli scalini e attraversare un grande portale di legno decorato, impacciati dagli zaini e dal mini trolley. Vaghiamo finché non troviamo la sala di accoglienza dei visitatori e la signora. Lei verifica la nostra registrazione e ci informa subito che il programma scelto da noi non è disponibile, perché limitato ai soli weekend. Peccato. Ci offre un caffè, l'immancabile caffè solubile coreano che già conosciamo, e il nostro kit di permanenza: vestiti, cartoline, una guida al comportamento all'interno dell'area del tempio. Ci guida poi al nostro alloggio. 

La stanza è molto calda e accogliente, rivestita di legno e con i tipici materassi a terra, che sono comunque più spessi di quelli trovati a Jeonju. Ci cambiamo. Gli abiti da monaco sono comodi e grossi; le maniche e i pantaloni di Ricardo sono tanto corti che la signora si metterà a ridere appena lo rivede. Leggiamo il manuale. La cosa che ci colpisce di più sono i saluti. Salutare i monaci è fondamentale e funziona così: ci si ferma e si fa un mezzo inchino con le mani unite davanti al viso. Abbiamo un po' di tempo libero e decidiamo di andare a fare un giro.

I Quattro Strumenti: Tamburo, Gong a forma di nuvola, Pesce di legno, Campana.
Capiamo subito che il funzionamento del saluto cozza con le nostre abitudini istintive: fermarsi, salutare e ripartire ci costringe a distogliere l'attenzione dalle nostre azioni e rivolgerla alla persona di fronte a noi. Inoltre, ci rallenta. Incredibile come siamo condizionati ad avere uno scopo nel nostro muoverci, perfino quando dobbiamo unicamente esplorare un luogo nuovo e goderci l'esperienza. Compiamo uno sforzo cosciente e in fondo salutare per adattarci ai ritmi della nostra permanenza al tempio. Ritmi lenti, perché non siamo in una città, con la nostra lista di attrazioni da visitare. 

Incontriamo di nuovo la signora, che ci conduce nello spiazzo al centro del tempio. Siamo davanti al padiglione che ospita i quattro strumenti e un monaco suona il Beopgo, un enorme tamburo, per chiamare tutti alla cena. Mi è difficile descrivere a parole le sensazioni che ho provato durante quella singolare esecuzione: il suono incalzante e profondo del tamburo, le ampie maniche della veste del monaco svolazzanti a ogni rapido movimento, la spianata del tempio pressoché deserta... Ci ha svegliato la signora, guidandoci in fretta verso la mensa dove già si stavano radunando tutti i monaci e alcuni ospiti.

Il tamburo del tempio di Haeinsa.
Noi mangiamo insieme alla signora guida e a una donna che sembra occuparsi anch'essa delle pubbliche relazioni, ma è più amichevole e sorridente e sembra conoscere bene il tempio. Indossa una veste da monaco, per cui la ribattezziamo "la signora monaco". L'etichetta dei pasti al tempio: parlare a voce bassa, non lasciare assolutamente niente nel piatto. Per niente intendo nemmeno un chicco di riso o un frammento di kimchi. Ci si serve da grosse pentole vicino all'ingresso; riceviamo una ciotola di brodo e un piatto. Ci serviamo riso e kimchi, con altre verdure. Alla fine del pasto, tutti usano parte del brodo per pulire ogni resto di salsa o cibo dal piatto principale. 

Dopo la cena, è il momento della cerimonia della sera. Il tamburo suona di nuovo. La signora ci porta al padiglione principale del tempio, quello situato più in alto di tutti. Ci togliamo le scarpe e entriamo. La cerimonia sta iniziando. Prendiamo un cuscino quadrato da una pila accanto alla porta e seguiamo la nostra guida fino a un angolo in fondo al tempio. 

Illuminati da candele, lungo la parete di fronte a noi campeggiano tre enormi Buddha dorati, che guardano verso il basso con espressione indecifrabile. Gli angoli della bocca sembrano sorridere leggermente alla luce delle candele che danza sulla loro pelle d'oro. I monaci recitano e cantano, in perfetta armonia. L'unica cosa che mi impedisce di scivolare in una trance sono i movimenti della cerimonia. Ci inginocchiamo, ci rialziamo, ci inginocchiamo di nuovo poggiando la fronte a terra. Mi immergo nei gesti rituali, e ringrazio di aver concepito questa tappa del nostro viaggio. Un'esperienza unica al mondo per me.

Uno dei templi minori sparsi per la montagna.
La notte inizia presto al tempio. Ci ritiriamo anche noi. Negli occhi abbiamo ancora la luce del tempio e nelle orecchie i canti. Ci svegliamo poco prima delle tre, per la cerimonia del mattino. In questo momento siamo soli, niente guide o signore monaco. Cacciamo il sonno e ci vestiamo. Usciamo nel freddo. La spianata del tempio è illuminata da lanterne che emanano una morbida luce gialla, il resto è immerso in un blu vellutato. E noi restiamo lì, senza entrare. Restiamo ad ascoltare il canto dei monaci risuonare forte e limpido sulla spianata, scendere fino a noi. Non entriamo, per non disturbare un equilibrio perfetto. Beviamo quel canto e torniamo all'alloggio. Da allora, quando ho bisogno di trovare pace, le mie orecchie mi riportano a Haeinsa. 

Tre ore dopo, si fa colazione. Qui arriva l'unico vero trauma della permanenza al tempio. Il kimchi a colazione. Questo cavolo fermentato e piccante è uno degli elementi più persistenti del nostro viaggio in Corea del Sud. Lo troviamo ovunque. A colazione, però, il mio stomaco lo rifiuta. Devo comunque finire tutto, se non voglio comportarmi da turista cafona. Perciò sopporto. Ma da questo momento decido definitivamente che il kimchi non fa per me. 

A questo punto, sono quasi le sette, ora di esplorare. Il complesso del tempio si estende all'interno del parco naturale di Gayasan, ed è completamente immerso nelle foreste. Alcune aree si trovano distanti dal tempio principale, e decidiamo di contrastare il sonno con una camminata nel bosco. La pace regna, e la natura è meravigliosa, anche se molti alberi sono ancora spogli. Troviamo padiglioni e perfino complessi più piccoli che si nascondono come piccoli villaggi. L'aria è frizzante e fresca, dopotutto siamo in montagna, e ruscelli attraversano la foresta. Torniamo dalla camminata rigenerati e con addosso qualcosa che somiglia molto alla felicità. 

Con le scarpe da camminata, per non sbagliare.
Partecipiamo al pranzo, poi è ora di concludere. Ci cambiamo d'abito, prepariamo i bagagli, e restituiamo tutto alla signora, ringraziando per la permanenza. Andiamo a salutare anche la simpatica signora monaco, che ci accoglie nel suo ufficio tutta allegra e ci chiede del nostro viaggio e delle prossime tappe. Quando nominiamo Busan, si illumina. La sua città. Inizia a darci mille consigli e indicazioni di templi e spiagge da visitare lì, e ci scriviamo tutto. Poi di nuovo saluti. Il tempio comincia a popolarsi di fedeli e visitatori.

Loro arrivano, e per noi è ora di andare.
Giriamo ancora un po', e le sensazioni sono molto diverse. Ora siamo di nuovo due turisti che visitano un luogo importante. Possiamo tenerci per mano. Mettiamo subito in atto la nostra ritrovata condizione di visitatori salendo fino al Janggyeong Panjeon, il complesso dove sono conservate le tavole del Tripitaka Koreana, tavole in legno che contengono libri sacri del buddismo. Questi artefatti, tesoro nazionale coreano, sono a Haeinsa fin dal XIV secolo e sono rimasti miracolosamente intatti attraverso l'invasione giapponese e un incendio terribile che distrusse gran parte del tempio nell'Ottocento. Non ci è possibile accedere alle sale, e ci accontentiamo di una fotografia dall'esterno.

Le tavole del Tripitaka Koreana, dalla finestra.
A questo punto, è ora di andare. Ci dirigiamo nuovamente verso Daegu, portando con noi una permanenza breve, ma indimenticabile. Un viaggio in noi stessi all'interno del viaggio in Corea. Gomabseubnida.

Etichette: , , ,